Avvocato Ferrante
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  • Consulenza legale per la redazione di contratti 

    Il diritto al brevetto e i diritti economici legati al brevetto possono essere ceduti a titolo oneroso o gratuito. Infatti l'articolo 2589 del Codice Civile dispone che "i diritti nascenti dalle invenzioni industriali, tranne il diritto di essere riconosciuto autore, sono trasferibili." Il diritto di paternità di un'invenzione è considerato un diritto della personalità e, in quanto tale, perpetuo, inalienabile e imprescrittibile; esso non è sottoposto ai termini di durata del brevetto e nasce per il solo fatto che l'invenzione sia stata realizzata. Devono essere resi pubblici per mezzo della trascrizione presso l'Ufficio centrale dei brevetti gli atti tra vivi, a titolo oneroso o gratuito, che trasferiscono, in tutto o in parte, diritti sui brevetti nazionali per invenzioni industriali; gli atti tra vivi, a titolo oneroso o gratuito, che costituiscono, modificano o trasferiscono diritti personali o reali di godimento, o diritti di garanzia concernenti i brevetti; il verbale di pignoramento; il verbale di aggiudicazione in seguito a vendita forzata e così via secondo quanto previsto dall’articolo 136 del Codice della Proprietà Industriale.

    Il contratto di cessione è lo strumento tramite il quale il titolare dell’invenzione trasferisce il proprio diritto, spogliandosi della titolarità a favore del cessionario, così che con la cessione si ha un nuovo titolare del diritto di brevetto e i diritti di sfruttamento economico passano in capo all'acquirente al momento del trasferimento. Per realizzare la cessione può essere utilizzato ogni tipo di contratto in grado di produrre effetti traslativi: dalla vendita alla donazione. La redazione di un contratto di cessione non richiede alcuna forma particolare, anche se l'adozione della forma scritta viene richiesta dalla necessità di trascrivere il contratto.

    Diversamente dal contratto di cessione, la licenza di brevetto è un contratto con cui il titolare del brevetto concede a terzi il diritto di utilizzare l'invenzione brevettabile. Il contenuto della licenza viene rimesso all'autonomia contrattuale delle parti. Il licenziatario verrà obbligato al pagamento di un corrispettivo ad importo fisso, indipendentemente dai profitti effettivamente realizzati, ovvero tramite royalties, calcolate in percentuale alle vendite del licenziatario ed ai suoi utili.

    La legge prevede una serie di casi in cui il titolare del brevetto è tenuto a concedere la licenza: la licenza obbligatoria è uno strumento che consente di evitare possibili abusi da parte del titolare del brevetto oppure di scongiurare che lo stesso titolare decida di non attuare l'invenzione. L'articolo 69 del codice della proprietà industriale impone un onere di attuazione dell'invenzione. In caso contrario, qualora  per oltre un triennio, per cause indipendenti dalla volontà del titolare del brevetto, l'attuazione dell'invenzione manchi o risulti insufficiente ai bisogni del Paese, è possibile prevedere la licenza obbligatoria. Altra ipotesi di licenza obbligatoria riguarda le “invenzioni dipendenti”, vale a dire le invenzioni che costituiscono, rispetto alle precedenti, un importante progresso tecnico di notevole rilevanza economica.

    Il brevetto può essere oggetto di trasferimento coattivo tramite esecuzione forzata o espropriazione o licenza di pieno diritto. L'espropriazione del brevetto si può verificare qualora lo richiedano esigenze di difesa militare del Paese o altre ragioni di pubblica utilità (articolo 141 del Codice della Proprietà Industriale). Anche la proprietà intellettuale può essere ricondotta al concetto generale di proprietà e, come tale, può essere oggetto di espropriazione. L'espropriazione ha luogo per decreto del presidente della Repubblica su proposta del ministro competente, sentito il consiglio dei ministri, e nel decreto di espropriazione per pubblica utilità è anche fissata l'indennità spettante al titolare del brevetto. 

    Per maggiori informazioni sulla disciplina di brevetto, brevetto europeo e internazionale e disciplina dei disegni o modelli industriali si rinvia al relativo sito  http://www.marchiebrevetti.avvocatoferrante.it/

    Per avere informazioni sulla nostra consulenza per la redazione di contratti vai a questa pagina o contattaci al numero 328-9687469 o alla mail   This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

    Nota: si precisa che gli articoli presenti su questo sito sono da considerarsi come un riassunto, a mero titolo informativo, della più ampia disciplina dei contratti. Lo studio non si assume nessuna responsabilità per l'uso di tali informazioni. Gli articoli sono protetti dalla legge sul diritto d'autore.

  • Consulenza legale per la redazione di contratti 

    Il trasferimento del marchio, dalla riforma del 1992, non è più vincolato alla cessione dell'azienda. Ai sensi dell'articolo 23 del Codice della Proprietà Industriale "il marchio può essere trasferito per la totalità o per una parte dei prodotti servizi per i quali è stato registrato". Prima della riforma, la giurisprudenza aveva affermato che l'unico caso in cui fosse possibile cedere il marchio, in assenza di cessione di azienda, fosse rappresentato dall'ipotesi in cui il cedente non avesse mai fatto uso del marchio: era perciò indiscutibile l'inalienabilità del marchio  senza trasferimento dell'azienda.

    Le vicende relative al trasferimento di marchi registrati debbono essere rese pubbliche per mezzo della trascrizione presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi, tale trascrizione è una mera forma di pubblicità in quanto il trasferimento può avvenire anche senza forma scritta e quindi per fatti concludenti. La riforma non ha affatto risolto il problema legato al trasferimento della ditta che sembra essere ancora vincolato al trasferimento dell'azienda o al ramo d'azienda. Il problema si pone soprattutto quando marchio e  ditta coincidono: in tali casi di trasferimento  si dovrebbe considerare come se il “bene marchio\ditta” rappresentasse esso stesso il trasferimento di un ramo d'azienda.

    Il marchio può essere oggetto di licenza anche non esclusiva per la totalità o per parte dei prodotti o dei servizi per i quali è stato registrato e per la totalità o per parte del territorio dello Stato, a condizione che, in caso di licenza non esclusiva, il licenziatario si obblighi espressamente ad usare il marchio per contraddistinguere prodotti o servizi eguali a quelli corrispondenti messi in commercio o prestati nel territorio dello Stato con lo stesso marchio dal titolare o da altri licenziatari (art. 23 comma 2 del Codice della Proprietà Industriale). La licenza esclusiva può essere totale, quando riguarda la totalità dei prodotti e del territorio, o parziale quando interessa uno o più prodotti o servizi contrassegnati dal marchio. Il titolare del marchio  può far valere il diritto all'uso esclusivo del marchio stesso contro il licenziatario che violi le disposizioni del contratto di licenza relativamente alla durata, al modo di utilizzazione del marchio, alla natura dei prodotti e servizi per i quali la licenza è concessa, al territorio in cui il marchio può essere usato o alla qualità dei prodotti fabbricati e dei servizi prestati dal licenziatario.

    Il franchising è un contratto che si regge su una licenza tramite la quale il franchisor autorizza il franchisee ad utilizzare i propri segni distintivi, in particolar modo il marchio d'impresa. Il franchising non viene utilizzato solo con riferimento al marchio d'impresa, ma anche per l'utilizzazione dell'insegna. Per mezzo del contratto di franchising il franchisor, titolare dei segni distintivi, concede al franchisee l'utilizzo del marchio e dei segni distintivi ad esso collegati, normalmente in una determinata area geografica. Assieme alla licenza di marchio, il franchisor trasferisce il know-how ossia l'insieme delle tecniche e delle conoscenze necessarie a rendere più efficiente lo svolgimento dell'attività professionale. Il franchisor fornisce inoltre varie forme di assistenza in linea con la sua politica commerciale e d'immagine.

    Il merchandising è il contratto con cui il titolare di un marchio celebre concede a terzi l'utilizzazione del marchio nell'ambito di un settore di mercato diverso da quello nel quale lo stesso ha assunto notorietà. Il merchandising è una licenza esclusiva parziale dato che si riferisce ad una categoria di prodotti o servizi. Il titolare del diritto di merchandising ha legittimazione processuale e può ottenere protezione giuridica dei suoi diritti patrimoniali.

    Per maggiori informazioni sulla disciplina dei marchi si rinvia allo specifico sito http://www.marchiebrevetti.avvocatoferrante.it/

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  • Consulenza legale per la redazione di contratti

    Nell'adempiere i doveri o le prestazioni che derivano dal contratto (in termine giuridico le obbligazioni del contratto), le parti devono usare la diligenza del buon padre di famiglia, cioè la media diligenza.

    Notiamo che nei contratti le parti sono contemporaneamente debitore e creditore per le loro reciproche obbligazioni. Ad esempio nel contratto di vendita, chi vende è creditore del corrispettivo pattuito, ma debitore dell'altra parte per la consegna della cosa venduta.

    L'obbligazione può essere adempiuta anche da un terzo, se l'altra parte non ha interesse a ricevere la prestazione dalla parte personalmente (come nel caso di prestazioni non professionali o che non richiedono particolari doti tecniche).

    La parte creditrice può sempre rifiutare un adempimento parziale delle obbligazioni previste nel contratto.

    Inoltre, il debitore non può mai liberarsi dal suo obbligo eseguendo una prestazione diversa da quella prevista nel contratto, a meno che il creditore non dia il suo consenso.

    Solitamente il luogo in cui le parti devono adempiere alle prestazione è stabilito dal contratto. Nel caso contrario si seguono questi principi:

    - l'obbligazione di consegnare una cosa determinata si adempie nel luogo in cui la cosa si trova;

    - l'obbligazione di pagare una somma di denaro si adempie presso il domicilio del creditore;

    - in tutti gli altri casi la prestazione va adempiuta presso il domicilio del debitore.

    Solitamente per l'adempimento degli obblighi derivanti dal contratto è fissato un termine, che si presume sempre a favore del debitore. Questo vuol dire che il creditore non può mai pretendere la prestazione prima della scadenza del termine, mentre il debitore può eseguirla prima.

    La prestazione o il pagamento deve essere fatta al debitore o ad un suo rappresentante o autorizzato. Il pagamento o la prestazione fatta a terze persone che non sono autorizzate a riceverle non libera il debitore, a meno che il creditore non accetti la prestazione eseguita, o che la stessa vada comunque a suo beneficio.

    Comunque, il debitore che esegue il pagamento nelle mani di chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, ha assolto il suo dovere se prova di essere stato in buona fede.

    Chi adempie alla sua obbligazione ha sempre diritto ad una quietanza che attesti l'avvenuto adempimento del contratto.

    L'inadempimento del contratto è invece la mancata, ritardata o inesatta esecuzione degli obblighi derivanti dal contratto da parte di uno di due contraenti.

    Ad esempio, nel contratto di vendita, inadempiente è il compratore se non paga il prezzo pattuito (o paga in ritardo), o il venditore se non consegna la cosa venduta al compratore.

    Chi è inadempiente deve sempre risarcire il danno subito dall'altra parte, a meno che non provi che l'inadempimento è dovuto ad impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. Con tale previsione si intende i casi di forza maggiore o caso fortuito, cioè quando è oggettivamente impossibile per una parte adempiere al contratto per cause estranee alla sua volontà (ad esempio, un terremoto o un incidente che distrugga la cosa da consegnare).

    Il risarcimento del danno deve comprendere sia la perdita immediata subita dal creditore, sia il mancato guadagno ( cioè la perdita dell'aspettativa di profitto).

    Prima di considerare il debitore totalmente inadempiente, l'altra parte deve metterlo in mora, cioè inviargli un intimazione ad adempiere entro un dato termine, solitamente non meno di 15 giorni. Tale intimazione non è necessaria quando il debitore ha dichiarato per iscritto di non voler adempiere e quando è scaduto il termine ad adempiere, se la prestazione doveva essere eseguita al domicilio del creditore (come il pagamento di somme di denaro).

    Comunque, se l'inadempimento è dovuto in parte anche ad una responsabilità del creditore, il risarcimento del danno sarà diminuito proporzionalmente.

    In questa sezione potete trovare anche articolo su: il contratto e i suoi requisiti, l'esecuzione del contrattonullità e annullabilitàadempimento e inadempimentorisoluzione del contratto.

    avv. Nicola Ferrante

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  • Consulenza legale per la redazione di contratti

    Quando una delle parti non adempie a quanto stabilito nel contratto, l'altra parte può chiedere l'adempimento in giudizio, o scegliere di agire in giudizio per risolvere (sciogliere) il contratto, salvo in ogni caso il risarcimento dei danni subiti.

    Da sottolineare che l'inadempimento deve essere importante, cioè pregiudicare l'utilità della prestazione per la parte adempiente e rendere ingiustificato il prezzo o il corrispettivo richiesto.

    Tramite la risoluzione il contratto si scioglie per inadempimento, e le relative prestazioni devono essere restituite o ripristinata la situazione anteriore alla stipula del contratto. Inoltre la parte adempiente potrà chiedere un risarcimento per i danni subiti dall'inadempimento dell'altra.

    Per ottenere subito la risoluzione del contratto, senza che sia necessario una pronuncia di un giudice in tal senso, ci si può avvalere di alcuni rimedi previsti dal legislatore: la diffida ad adempiere,  la clausola risolutiva espressa e il termine essenziale.

    Riguardo la diffida ad adempiere, è sempre possibile inviare alla parte inadempiente una diffida, intimando di adempiere entro un congruo termine, con l'avviso che, decorso inutilmente tale termine, il contratto è da considerarsi risolto di diritto. Il termine non può essere inferiore a 15 giorni.

    Riguardo la clausola risolutiva espressa, le parti possono convenire, con una apposita clausola da inserire nel contratto, che il contratto si risolva automaticamente nel caso le prestazioni previste non siano adempiute secondo le modalità stabilite. La risoluzione si verifica di diritto quando la parte dichiara, alla parte inadempiente, di avvalersi della clausola risolutiva.

    Riguardo il termine essenziale, se il termine fissato per la prestazione di una delle parti è da considerarsi essenziale per l'altra parte (cioè dopo tale termine la parte non ha più interesse alla prestazione), in caso di mancata esecuzione della prestazione entro tale termine, il contratto è risolto di diritto.

    Gli effetti della risoluzione sono da considerarsi retroattivi tra le parti, cioè le prestazioni già eseguite devono essere restituite, in modo da ripristinare la situazione anteriore alla stipulazione (salvo comunque il risarcimento del danno alla parte adempiente). L'effetto retroattivo non si verifica nel caso di risoluzione dei contratti ad esecuzione continuata o periodica, per cui restano salve le prestazioni già eseguite.

    Comunque, la risoluzione non pregiudica mai i diritti acquistati dai terzi.

    In ogni caso, riguardo l'inadempimento, ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di di adempiere alla sua obbligazione, se l'altra non adempie o non offre di adempiere al contratto. Il rifiuto deve essere comunque in buona fede.

    Inoltre, ciascun contraente può sospendere la prestazione stabilita dal contratto se le condizioni patrimoniali dell'altro contraente sono diventate tali da porre il pericolo l'adempimento della controprestazione, salvo che sia prestata idonea garanzia.

    Altro caso in cui il contratto si risolve di diritto è l'impossibilità sopravvenuta della prestazione, cioè quando una parte non riesce a compiere la propria prestazione per causa a lei non imputabile (impossibilità oggettiva). In tal caso la parte impossibilitata è liberata dall'obbligo di adempiere la prestazione, ma non può più chiedere la controprestazione dell'altra parte e deve restituire la prestazione già ricevuta.

    In questa sezione potete trovare anche articolo su: il contratto e i suoi requisiti, l'esecuzione del contrattonullità e annullabilitàadempimento e inadempimentorisoluzione del contratto.

    avv. Nicola Ferrante

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  • Consulenza legale per la redazione di contratti

    Il contratto è nullo quando è contrario norme imperative, quando mancano o non si sono realizzati uno dei quattro requisiti (accordo, causa, oggetto, forma), quando la causa è illecita o manca l'oggetto del contratto ( se è impossibile, illecito o non determinato).

    Il contratto nullo è come non fosse mai stato stipulato e tutti i suoi effetti vengono azzerati dalla nullità. La nullità può investire anche singole clausole, ma in tal caso il contratto non viene travolto e solo la clausola nulla perde efficacia.

    La nullità del contratto può essere fatta valere dalle parti in causa e da tutti gli interessati.

    Il contratto è invece annullabile nel caso di vizi del consenso, quando cioè la manifestazione di volontà di una delle parti non è stata espressa genuinamente, per una errata rappresentazione della realtà, provocata dall'altra parte del contratto, o per una situazione di incapacità.

    Il contratto è annullabile quando una delle parti era legalmente incapace di contrattare (minore, interdetto, inabilitato) o in caso di incapacità di intendere e di volere della parte.

    Inoltre, il contratto è annullabile nei casi di errore, violenza minacciata o dolo.

    Riguardo l'errore deve essere essenziale e riconoscibile dall'altro contraente.

    E' essenziale quando cade sulla natura o sull'oggetto del contratto, sulla qualità della prestazione o sull'identità o le qualità dell'altra parte ( sempre se queste siano state determinanti per il consenso).

    L'errore è riconoscibile quando, in relazione al contenuto e alle circostanze del contratto e alle qulità dei contraenti, una persona di normale diligenza avrebbe potuto rilevarlo.

    Riguardo la violenza, consiste nella minaccia di un male ingiusto e notevole, posta in essere allo scopo di indurre un soggetto a concludere un contratto. E' causa di annullamento del contratto anche se esercitata da un terzo non parte del contratto.

    Comunque, la violenza deve essere di tale natura da impressionare una persona sensata, facendole temere di esporre sè e i suoi beni a un male ingiusto e notevole.

    Riguardo il dolo, si ha quanto uno dei contraenti, con artifici e raggiri, convince l'altra parte a stipulare un contratto che diversamente non avrebbe concluso.

    A differenza della nullità, l'annullamento del contratto può essere domandato solo dalla parte interessata (cioè lesa), e può essere richiesto dalla parte entro 5 anni dal momento in cui è cessata la violenza, scoperto l'errore o dolo, cessato lo stato di incapacità di contrattare.

    A differenza della nullità, l'annullamento del contratto, non pregiudica i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi in buona fede, nel senso che sono salvi i diritti di chi ha acquistato in buona fede un bene o un diritto che era stato in precedenza oggetto di un contratto annullato.

    In questa sezione potete trovare anche articolo su: il contratto e i suoi requisiti, l'esecuzione del contrattonullità e annullabilitàadempimento e inadempimentorisoluzione del contratto.

    avv. Nicola Ferrante

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